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I 40 modelli di mascherine? Solo due sono davvero utili

Articolo di Venerdì 8 Maggio 2020 del Corriere della Sera

Autore Massimiliano Del Barba

Dalle chirurgiche a quelle di tela, la Antis di Borgosatollo le ha messe sotto la lente scoprendo che la maggioranza non può proteggerci dal virus: promosse solo Fpp2 e Kn95

Chirurgiche, in tessuto più o meno fashion, ricoperte, oppure dalle oscure sigle — quattro su tutte Fpp1, Fpp2, Fpp3 e Kn95 — addirittura ricavate dalla carta da forno, quella per fare le torte, per intendersi. L’emergenza sanitaria ha creato un nuovo business, quello del Dpi — i Dispositivi di protezione individuale — ma al contempo è riuscita a generare confusione e dubbi sulla reale efficacia di questi dispositivi nella lunga battaglia contro il Covid-19.

Prova a fare chiarezza Pad Gloves, controllata del gruppo Antis di Borgosatollo specializzato appunto nella progettazione e realizzazione di strumenti protettivi innovativi per il mondo del lavoro e delle professioni. «Sul mercato ci sono ormai oltre trenta diversi modelli di mascherine — spiega il responsabile R&D Giancarlo Pesce — ma noi ci siamo concentrati sulle sette più diffuse. Quattro con valenza, certificazioni e modo di utilizzo riconosciuto prima della pandemia, altre tre invece sono comparse in rete e sul mercato dopo l’inizio della pandemia, con un’inventiva tutta Italica senza nessun presupposto scientifico, ma diventate virali grazie anche ai tutorial che giravano in Rete e a programmi televisivi che danno delle informazioni su come sopperire alla carenza cronica di mascherine suggerendo a molte persone modi d’uso e fabbricazioni con buona dose di superficialità e nullo approfondimento scientifico».

Ecco allora il test. «Lo abbiamo diviso in due tranche — prosegue Pesce —. La prima è un’analisi al microscopio del tessuto utilizzato andando a rilevare, anche con un numero relativamente ridotto di ingrandimenti (450/600 ) eventuali possibili passaggi, soprattutto riguardo alle mascherine ricavate dal tessuto, perché quest’ultimo, avendo trama e ordito, presenta degli spazi intrinsechi alla tecnologia stessa. Abbiamo poi cercato di riprodurre nei nostri laboratori un test normato dalla certificazione europea: in sostanza abbiamo azionato una ventola che spinge della polvere di talco verso il tessuto della mascherina e questa sviluppa un flusso robusto ma non troppo forte corrispondente a quattro ore di respirazione, cioè il 60 % del tempo medio di utilizzo di una mascherina».

Ebbene, a passare il test sono state solamente le Fpp2 e le Kn95. «Anche le Fpp3 sono efficaci, ma creano troppi problemi di respirazione per il loro spessore. Le mascherine chirurgiche, invece, sono ottimi prodotti, ma per proteggere chi è ammalato, non per evitare di propagare il virus» precisa Pesce. Altro tema dirimente è la durata dell’efficacia di una mascherina. «Meno di otto ore — precisa il responsabile R&D dell’azienda bresciana – per questo sarebbe opportuno sanificarle». ma anche qui iniziano i problemi. «Non basta lavarle. Noi ad esempio le sanifichiamo con strumenti professionali che utilizzano i raggi Uvc, in grado in cinque minuti di rendere sterile il Dna del virus. Stiamo studiano con Philips soluzioni portatili per uffici, delle dimensioni di una scatola». Un consiglio per chi è a casa: «Dieci minuti in acqua nel forno a 80 gradi può bastare». Infine la querelle sulle certificazioni: «Per certificare un prodotto come una Fpp2 ci vogliono dalle 12 alle 16 settimane. Credo che il 90% di ciò che c’è oggi sul mercato sia autocertificato, come del resto reso possibile dal decreto governativo».

Se vuoi accedere all’articolo completo: https://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/20_maggio_08/04-brescia-nuovacorriere-web-brescia-ae2f3aee-9103-11ea-8c7e-3b270f2639b4.shtml#